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"Le carte raccontano" recensito da "Studi Piemontesi"

Studi Piemontesi, vol. XXXIX, fasc. 2, Torino 2010, pag. 603.

Si tratta di un importante volume, in cui prevale l’elemento autobiografico, di un medico scrittore, sulla scia di illustri precedenti, che da questi però si distingue.
Di lontane origini svizzere, l’autore ha trovato a Torino, coi suoi genitori, la «patria dell’anima», qui ha studiato, qui si è laureato (però anche a Losanna) e ha indi percorso una brillante carriera di specialista in medicina interna, sia come clinico che come docente, concluso da primario a Ivrea.
Professore emerito nel 1997, è autore di numerose pubblicazioni nei campi di sua competenza, però negli anni del pensionamento ha scritto memorie storiche familiari (sui cotonieri svizzeri in Piemonte nell’800) e coordinato nonché collaborato di recente a un bel volume: Svizzera-Piemonte, un confine che unisce (vedi recensione in «Studi Piemontesi»,1/2010), trattando argomenti storici.
Il volume, dedicato ai nipoti, è concepito come una raccolta di saggi che trattano temi diversi; alcuni sono strettamente scientifici (sull’origine del mondo e il mistero dell’uomo, sulla struttura della materia, sull’origine della vita e l’evoluzionismo, sulla Natura idealizzata e su quella prosaica, nonché sull’esperienza del Tutto).
Altri capitoli del testo riguardano il comportamento umano, i rapporti sociali e quelli con gli animali, altri ancora indagano sulla psiche dell’uomo e la sua educazione, nonché sulle relazioni sociali con altri uomini, né manca un capitolo sul tema del matrimonio.
La parte centrale è invece tutta autobiografica, con relazioni sulla «passeggiata e i viaggi» (nelle Marche, nella Tuscia romana, nel Périgord) che rivelano una bella cultura storico-letteraria (si spazia da Leopardi al prediletto Montaigne). Mentre un’altrettanta solida cultura mostrano i profili, che direi ispirati, sull’architettura, la pittura, la prosa, la poesia e la musica.
Di richiami al Piemonte si trovano alle pp. 117-118 (Architettura), 147-148 (Poesia) – si citano versi di Benzi, Costa, Gozzano – e ancora delle pagine di emozionanti «avventure» torinesi leggiamo nel capitolo La Guardia Medica (pp. 186-190), nonché ne l’Ospedale (pp. 191-199), con considerazioni basate su grande esperienza medica.
Né mancano i ricordi d’infanzia (La guerra in casa, pp. 166-174) dove l’«alemanno» padre dell’A. si scontra con l’occupatore (tedesco-nazista), cui seguono gli anni della giovinezza studiosa e della carriera intrapresa con serietà anche all’estero (l’Institut Pasteur, pp. 182-185).
Seguono considerazioni sull’avvenire della medicina in Italia, sulla libertà della ricerca scientifica, sulla politica e sul Progresso. Un’ultima parte tocca i temi della morte e dell’immortalità del corpo, della psiche e dell’anima, tratta della religione cristiana e dell’evoluzionismo e conclude con «qualche buon motivo per credere in un Dio» e con la fede nel Dio cristiano, nonché con un toccante Epilogo.
Uomo di vaste letture, l’autore richiama le sue preferite nel corso della narrazione; ve ne sono in abbondanza, dagli scienziati ai letterati ai poeti, per citarne solo alcuni, Bernanos, Camus, Gide, Kafka, Freud e Jung, Russel, Guitton, Le Goff, Mann, Rilke; degli italiani, oltre ai già sopra nominati, Ceronetti, Valgimigli, Zolla, Moravia, Primo Levi, nonché i classici citati con reverenza.
L’Autore lascia al lettore l’impressione di un forte ingegno che con la sua nobile professione è stato al servizio dell’umanità e ora, negli anni del «pensionamento attivo» ancora dà lezioni di vita e ispira alti pensieri.

Piero Cazzola

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