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Gualtiero Büchi, le riflessioni di un medico filosofo

Gazzetta Svizzera, anno 42, n° 2, febbraio 2011.

Senza tema di mescolare e confrontare fisica e filosofia, biologia e teologia, letteratura e ricordi personali, Gualtiero Büchi con il suo libro Le carte raccontano (pubblicato dalla casa editrice Uni Service di Trento nel giugno 2010) propone un raro esempio di quella che potremmo chiamare memoria filosofica. Nato a Torino nel 1930, discendente da una famiglia di cotonieri svizzeri provenienti dalla Turgovia, laureato in medicina a Torino e a Losanna, medico per cinquant’anni ma anche storico dilettante (proprio alla storia svizzera ha dedicato alcuni lavori precedenti) e lettore onnivoro, sulla soglia degli ottant’anni Gualtiero Büchi ha raccolto in volume, in trentotto densi capitoli, il succo della sua esperienza e riflessione. “Se non lo avessi scritto, tutto sarebbe andato disperso con la mia morte, l’utile e l’inutile”, ammette sinceramente nella prima pagina nel dedicare il libro ai nipoti, e in effetti il senso della ricchezza della vita umana, di ogni vita umana, il valore della conoscenza e della sua trasmissione di generazione in generazione, è spunto e filo conduttore dell’intero volume.
A rendere particolare il percorso proposto da Büchi, al di là del singolo interesse per questo o quell’argomento (l’autore non ne trascura nessuno, passando dalla fisica delle particelle alla poesia, dalla musica all’infanzia, dalla biologia alla teologia, dai ricordi di viaggio alla meditazione sulla morte), sono due caratteristiche che corrono lungo tutto il libro costituendone una sorta di doppio Leitmotiv. La prima è la volontà di incarnare in prima persona la figura dello scienziato umanista, del medico filosofo che cerca una risposta ai grandi temi dell’esistenza umana in tutte le sfere dello scibile, senza preclusioni di principio e senza timore, accostando i più complessi risultati della scienza contemporanea ai testi classici della saggezza occidentale. Domanda delle domande, la possibilità di lasciare aperta l’ipotesi religiosa, tema intorno a cui Büchi torna più e più volte nel corso del libro e che costituisce senza dubbio il suo più profondo rovello interiore. La risposta personale dell’autore è un deciso spiritualismo, che egli giustifica a partire dalle ultimissime scoperte della scienza, in particolare della fisica quantistica e della teoria evoluzionistica che ne costituiscono le due espressioni di punta.
Il secondo Leitmotiv è il retaggio svizzero, la tradizione familiare unita a una lunga esperienza di vita e studio nella Confederazione, dove la famiglia si era trasferita per molti anni nel secondo dopoguerra. Dopo la tragedia della II guerra mondiale vissuta in prima persona in Piemonte (a cui dedica alcune delle pagine autobiografiche più toccanti), la Svizzera appare al giovane Gualtiero un luogo letteralmente “dell’altro mondo”: “All’Università – scrive – numerosissimi erano gli stranieri, ebrei e mormoni statunitensi, negri, greci, egiziani, libanesi, indiani, tutti conviventi in buona armonia nonostante le differenze di razza e di religione. Io guardavo affascinato le palme rosee delle mani del mio nerissimo compagno di banco”. Anche oggi, per quanto ormai lontano nel tempo, il passato svizzero si dimostra per Büchi presente e importante, non tanto da rendere meno amata l’Italia ma abbastanza da farla guardare con occhio disincantato, sapendo bene quali altre realtà esistono nel proprio DNA familiare. Un’esperienza condivisibile da molti: non è proprio l’avere un piede sempre un po’ sulla soglia, il tenere sempre aperta la porta su un altro paesaggio, a far sentire la vicinanza con la patria d’origine a chi non ci vive ormai da decenni o magari non vi ha mai vissuto?

Giulia Boringhieri

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